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Recensione di "Le mani della madre" di Recalcati

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altLa maternità non deve risolvere completamente il desiderio della madre nella cura del figlio. La maternità dovrebbe contemplare anche quel desiderio della madre che è altro rispetto alla fusione con il proprio figlio. È proprio questo "altro desiderio" che garantisce alla donna di non cedere all'imposizione "patriarcale" di una femminilità idealizzata nella maternità. Massimo Recalcati, nel solco dell'insegnamento lacaniano, ci parla del "desiderio della madre".

La figura più decisiva della madre è quella del suo desiderio, del desiderio della madre. Questa figura è assente nel modello contenuto-contenitore attraverso il quale molti psicoanalisti, soprattutto di scuola anglosassone, hanno voluto interpretare il rapporto madre (contenitore) e bambino (contenuto). Al cuore di questo modello c'è la figura della madre come contenitore della vita del figlio; contenitore che deve saper offrire al figlio un ambiente sicuro e affidabile, bonificato dall'angoscia, entro il quale il figlio stesso possa crescere positivamente.

Con il riferimento al "desiderio della madre" (...) non si tratta tanto di negare l'importanza della dimensione costante e affidabile della presenza della madre, quanto piuttosto di mostrare che, per essere una madre davvero "sufficientemente buona", è indispensabile che il desiderio della donna che è diventata madre non si risolva mai tutto in quello della madre. Ecco il punto chiave: la differenza, la discontinuità della donna dalla madre. Per questa ragione Lacan adotta l'espressione "desiderio della madre" (...) e ci sollecita, per cogliere l'efficacia o la difficoltà di una madre, ad affrontare il problema della sessualità femminile: come in quella donna che diviene madre si è mantenuto, o meno, il desiderio della donna in quanto inesauribile in quello della madre? (...)

Se la madre può essere soddisfatta di avere i propri bambini, la donna indica quella parte del desiderio della madre che resta giustamente insoddisfatto. Il fatto che nella madre appaia la donna è una salvezza sia per il bambino che per la madre stessa. Quando la madre cede alla collera e all'irrequietezza è, molto spesso, perché la donna rigetta il suo sacrificio avanzando richieste irriducibili a quelle della maternità.

 

L'irrequietezza della madre può essere il segno dell'esorbitanza della donna rispetto alla madre. Non è un male, non è un sintomo; sintomatica e maligna è piuttosto quella maternità che distrugge la donna o, se si vuole, che rigetta la donna nel nome assoluto della madre Anche per un uomo la maternità può essere un modo per sterilizzare il desiderio della donna e il suo carattere eccessivo e anarchico. La cultura patriarcale ha inseguito per secoli questo miraggio: la riduzione della donna a madre era finalizzata a cancellare l'eccesso ingovernabile della femminilità. L'idealizzazione della maternità come sacrificio di sé si elevava a emblema di questa cancellazione. È invece la trascendenza del desiderio della madre a rendere possibile la trascendenza del desiderio del figlio. Si tratta di uno scambio dove in gioco non è più solo la presenza della madre che accoglie (il volto, le mani, il corpo), ma l'assenza della madre che si rivela come donna, come impossibile da possedere poiché il suo desiderio travalica l'esistenza del bambino. Il desiderio femminile è catturato e animato dall'eteros dell'amore, che non è l'eteros del legame della madre con i suoi figli come ci mostra in maniera drammatica la figura mitologica di Medea.

Il punto che non dobbiamo dimenticare è che proprio attraverso la presenza della madre – il suo corpo a corpo con il figlio – si apre lo spazio per l'incontro con l'alterità. Per questa ragione, come abbiamo visto, la presenza della madre non esclude, bensì implica sempre, la dimensione dell'assenza. Mentre la madre offre la sua presenza, mostra già come questa presenza non sia mai "tutta" perché l'essere della donna non si risolve nella cura dei figli. Il bambino non chiude il desiderio della madre, non è la sua meta ultima perché questo desiderio è abitato da una spinta che oltrepassa l'esistenza stessa del bambino. Mentre custodisce la vita del figlio, il desiderio della madre lavora già per il tempo della sua separazione dal figlio

In questo senso l'atto del padre che pone la Legge che interdice la fusione incestuosa non sancisce la separazione, bensì la conferma. Se infatti il desiderio della madre fosse totalmente catturato dall'esistenza del figlio, non vi sarebbe separazione possibile. L'irruzione della Legge del padre che separa il bambino dalla madre viene in realtà già annunciata dalla madre nella forma di un desiderio che non si accontenta di godere del proprio frutto. Anche per questa ragione Lacan ha sempre ribadito che il valore della parola di un padre dipende in ultima istanza dalla parola della madre, da come questa parola ha significato, o meno, il ruolo del padre nella famiglia.

È dunque l'assenza nella presenza della madre – la sua mancanza – a permettere, da un lato, al bambino di non essere inchiodato nella posizione dell'oggetto esclusivo del desiderio della madre e, dall'altro lato, alla madre stessa di non poter mai esaurire la donna. Non a caso, nell'Antico Testamento la bellezza irresistibile delle matriarche viene associata alla loro sterilità, proprio per sottolineare l'eterogeneità irriducibile tra l'essere madre e l'essere donna.
Anziché segnalare un deficit del desiderio materno, la trascendenza del desiderio femminile impedisce, infatti, che il bambino lo possa saturare. In questo senso è la donna – il desiderio femminile – che fa esistere un universo capace di oltrepassare quello materno, nel quale il bambino può sperimentare la propria libertà senza restare asservito a un godimento (materno) che lo incastrerebbe nella posizione di un oggetto passivo. È quello che Lacan ha teorizzato nella sua costruzione della "metafora paterna": la madre non può appropriarsi del suo frutto perché il suo desiderio è calamitato da un "altrove" rispetto all'essere del bambino. Il padre, ma anche qualunque altra cosa capace di catturare il desiderio della madre (un lavoro, una passione soggettiva, persino un amante ecc.), sposta virtuosamente questo desiderio al di là del bambino. Lo abbiamo appena visto: l'assenza della madre è importante quanto la sua presenza. Una madre "sufficientemente buona" è una madre che sa non darsi tutta al proprio bambino; è una madre che il bambino non può possedere completamente perché non si esaurisce tutta nel suo essere madre; è una madre che sa stare tra l'assenza e la presenza senza accentuare a senso unico l'una o l'altra. L'accentuazione della presenza comporterebbe infatti l'impossibilità della separazione e l'illusione della fusione, mentre l'accentuazione dell'assenza comporterebbe il vissuto di abbandono e di derelizione.

È la Legge dell'interdizione dell'incesto a imporre alla madre di rinunciare alla proprietà del proprio figlio, di non sottometterlo al proprio godimento, di saperlo perdere. La madre genera la vita ma non la possiede; la rinuncia al possesso del figlio, il saper occupare la posizione dell'assenza, è già però un movimento della madre, la prima forma significativa di sublimazione: il bambino non può godere illimitatamente della presenza del seno, ma deve poterne sperimentare l'assenza.

Per la madre la perdita di una parte del proprio essere – come accade nel momento della nascita quando il bambino si separa dalla sacca placentale che lo aveva contenuto sino a quell'istante – è un attributo fondamentale del suo desiderio. Mettendo al mondo il figlio la madre fa esperienza già da subito della discontinuità, della differenza, della perdita del proprio essere come condizione della vita del figlio. (...) La sublimazione materna – il distacco della madre dal figlio come oggetto di sua proprietà – non è solo un effetto della Legge del padre che impone l'interdizione dell'incesto, ma è già in atto, è già un atto del desiderio stesso della madre nella sua oscillazione costitutiva tra assenza e presenza.

 

Fonte: Centro di ascolto psicologico

 

 

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