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Non bastano i congedi per avere più mamme al lavoro

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di Vitalba Azzollini

 

Le difficoltà di bilanciamento fra lavoro e vita familiare continuano a penalizzare l’occupazione femminile. Il governo ha fatto bene a emanare un decreto per favorirne la conciliazione. Ma non ha attuato le misure che avrebbero avuto gli effetti più rilevanti. Serve un intervento organico.

 

Le scelte delle donne

 

La promozione del lavoro femminile, ricondotta di norma a istanze di eguaglianza, è auspicabile anche per motivi di efficienza. Se la diversity giova alla produttività aziendale, i paesi in cui il differenziale di genere è inferiore registrano risultati economici migliori. In Italia, il divario di genere in termini occupazionali è tra i più alti in Europa (Eurostat): tra i motivi, la maternità ha un peso rilevante (Istat), soprattutto in ragione del difficile bilanciamento tra attività professionale e impegni familiari.

La “Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri o dei lavoratori padri”, redatta dalla direzione generale per l’attività ispettiva del ministero del Lavoro, conferma che nel 2014 l’85 per cento delle dimissioni o risoluzioni consensuali ha riguardato le madri, a dimostrazione del fatto che “la gestione delle responsabilità familiari e di crescita dei figli, prerogativa ancora prevalentemente femminile, continua ad avere riflessi sulla partecipazione attiva delle donne al mercato del lavoro”. Il 33 per cento delle donne ha lasciato l’impiego per “incompatibilità tra lavoro e cura della prole”: ciò a causa della “assenza di parenti di supporto”, del “mancato accoglimento al nido”, della “elevata incidenza dei costi di assistenza al neonato”. Considerata l’importanza della “conciliazione” – sia in termini di gender mainstreaming che di potenziale di crescita economica nazionale – il governo ha opportunamente affrontato il tema del work life balance (decreto legislativo n. 80/2015), attuando la legge delega n. 183/2014 (il cosiddetto Jobs act), al fine di evitare “che le donne debbano essere costrette a scegliere fra avere dei figli oppure lavorare“.

 

Mio figlio è affetto da un tipo di autismo di cui nessuno parla

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autismo-744x445Come la maggior parte dei genitori di bambini autistici, ho letto della famiglia californiana che ha ricevuto diverse denunce da parte del vicinato. Le azioni sono state intentate perché il bimbo causerebbe disturbo della quiete pubblica con i suoi comportamenti, che non vengono controllati dai genitori.

 

Uno dei querelanti ha affermato: "Non si tratta di autismo. Qui c'è in ballo la pubblica sicurezza". Ma si sbaglia. Il loro problema è l'autismo. Ma non è il tipo di autismo di cui si sente parlare più spesso.

I media ci mostrano solo le storie positive, come l'episodio del ragazzino autistico che riesce a diventare allenatore della squadra di basket del liceo, oppure la storia del liceale affetto da autismo che partecipa al ballo scolastico accompagnato da una ragazza bellissima. Ci raccontano della ragazza autistica che viene votata per l'elezione di reginetta della scuola. Ogni aprile (mese dedicato alla sensibilizzazione sull'autismo, il cui simbolo è una luce blu) facciamo luce sull'autismo, complimentandoci con noi stessi per essere così attenti e informati.

 

No, non lo siamo affatto.

 

LA BUONA SCUOLA È LEGGE: E ADESSO?

 

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Di Mario Maviglia.

Lo scorso 8 luglio la Camera dei Deputati ha approvato definitivamente la legge sulla Buona Scuola: che cosa accadrà adesso? Tutte le novità in 14 punti.

Lo scorso 8 luglio la Camera dei Deputati ha approvato definitivamente la legge sulla Buona Scuola; il testo sarà pubblicato a breve sulla Gazzetta Ufficiale. Le riviste on line e cartacee della Giunti Editori seguiranno da vicino i molteplici aspetti della legge attraverso approfondimenti e dibattiti; ci aspettiamo dai lettori molte sollecitazioni sotto questo profilo.

In questa sede vogliamo sottolineare che su un piano meramente giuridico le novità introdotte dalla legge non sono tantissime, a dispetto di un testo molto lungo e articolato.

 

I PRIMI RISULTATI DELLE PROVE INVALSI 2015 IN DIECI PUNTI

 

 

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L'INVALSI mette a disposizione un documento che sintetizza i risultati delle prove 2015 e definisce le linee di sviluppo per i prossimi anni. Eccolo.

Con un documento datato 9 luglio 2015, l'INVALSI comunica i primi dati relativi alle prove di quest'anno. 

 

Le rilevazioni INVALSI, si legge nel testo, hanno coinvolto circa 2.250.000 allievi della scuola primaria (classi II e V), della scuola secondaria di primo grado (classe III) e di secondo grado (classe II). Vengono di seguito sintetizzati i risultati in 10 punti:

 

  • le prove presentate agli allievi delle scuole italiane rispondono ai requisiti di attendibilità e validità stabiliti a livello internazionale;
  • è stato ulteriormente rafforzato il legame tra ciascuna domanda delle prove INVALSI 2015 e le Indicazioni nazionali e le Linee guida;
  • a livello nazionale gli allievi che hanno sostenuto le prove riescono a rispondere positivamente alle domande fondamentali e alcune competenze di base acquisite nel ciclo primario paiono rimanere solide anche negli anni successivi;

nella prova di Italiano gli allievi mostrano maggiori difficoltà ad affrontare testi espositivi, argomentativi e discontinui, ossia meno praticati nella quotidianità dell’attività scolastica;

 

Da dove inizia la "Buona scuola"

 

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Di Daniele Checchi

 

La “Buona scuola” è legge di stato. Almeno sulla carta, ci sono tutte le premesse per un salto di qualità. I punti salienti sono l’inversione di tendenza sulla spesa, dopo la stagione dei tagli, il rafforzamento delle prerogative dei dirigenti e una maggiore possibilità di progettazione.

 

I principi della riforma

 

Il disegno di legge n.1934 (più noto come “Buona scuola”) appena approvato definitivamente dalla Camera in forma di unico articolo, in apertura enuncia i principi ispiratori, tutti pienamente condivisibili: “innalzare i livelli di istruzione e le competenze delle studentesse e degli studenti, […] per contrastare le diseguaglianze socio-culturali e territoriali, per prevenire e recuperare l’abbandono e la dispersione scolastica, […] per realizzare una scuola aperta, quale laboratorio permanente di ricerca, sperimentazione e innovazione didattica, di partecipazione e di educazione alla cittadinanza attiva […]”.

Il modello organizzativo a cui si ispira la riforma è quello della attuazione della autonomia scolastica, che significa capacità di adattare l’offerta formativa al contesto locale alla luce delle costanti trasformazioni della realtà esterna. Non stupisce quindi che una più ampia autonomia richieda una maggiore e migliore capacità di direzione da parte dei dirigenti scolastici, il cui ruolo viene rafforzato.

I cambiamenti più importanti introdotti dalla legge sono almeno tre: inversione di tendenza nella spesa pubblica in istruzione, rafforzamento delle prerogative manageriali dei dirigenti scolastici, miglioramento delle possibilità di progettazione.

 

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