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La lingua dei bambini adottati

Avere quattro anni e non riuscire a comunicare in un mondo in cui tutti si capiscono non è semplice. Genera frustrazione e impotenza. Anche perché si arranca con le parole, nella costruzione di frasi semplici. Il linguaggio, dopo poco tempo dall'entrata nella famiglia adottiva, è simile a quello di un bambino di 18/24 mesi, si usano le parole chiave della quotidianità, spesso storpiate (mangiare, bere, dormire, andare, ecc) anche se lo sviluppo del pensiero di un bambino di quattro anni (per non parlare di sei, otto e così via) è ben più complesso di ciò che con le parole finora imparate si riesce a dire. E di parole e di comunicare ci sarebbe un gran bisogno. Molto è usato il linguaggio non verbale, ma non sempre è sufficiente. Si avrebbe bisogno anche di ascoltare cosa sta succedendo e si avrebbe bisogno, dall'altra parte, di rassicurare anche con le parole, se si potesse avere una lingua comune.

 

Famiglia e rendimento scolastico

Chi è svantaggiato alla partenza è spesso condannato a restarlo. Questo è l'esito dello studio condotto da Pasqualino Montanaro e pubblicato dalla Banca d'Italia, che analizza il livello di preparazione degli studenti italiani.
Principale obiettivo dell'analisi è comprendere se il contesto socio-economico e culturale della famiglia di provenienza influisca sul risultato scolastico degli studenti e se esistano divari territoriali nella preparazione degli studenti.

 

I rom: pregiudizi e discriminazione

Non esiste popolazione nel nostro paese che subisca una discriminazione così radicata e diffusa come i rom.
 L'ostilità che suscitano è tale che spesso non si tenta nemmeno di capire, di guardare con occhi aperti e non velati dal pregiudizio persone che vivono in mezzo a noi, nelle nostre città, ma – in tutti i sensi – sono tenute ai margini delle nostre vite e della nostra organizzazione sociale. Questa discriminazione, di origine antiche e di ampia diffusione europea, ha comportato lo sterminio nei campi di concentramento di circa 500.000 rom, quel porrajmos di cui si parla e si sa troppo poco, ricordato in questi giorni in occasione della Giornata della Memoria.

 

La pelle giusta

la pelle giustaautore: Paola Tabet
editore: Einaudi

I bambini, si sa, sono la bocca della verità. Lo sono perché in loro albergano l'innocenza, la spontaneità, la curiosità per il mondo e la spensieratezza.
Allora cos'è che fa dire a un bambino di quarta elementare: "Sicuramente nessun bambino vorrebbe avere dei genitori neri, molto cattivi. Ogni giorno che passa diventano sempre più cattivi."?
E cosa fa dire a un piccolo di prima elementare: "Se i miei genitori fossero neri non mi piacerebbero perché sono brutti. Li farei tornare come sono ora. Li potrei portare dal veterinario."?

Delle risposte, nella grande maggioranza di questo tono, che circa settemila bambini della scuola primaria hanno dato quando è stato loro proposto di rispondere al tema "Se i miei genitori fossero neri", dà ragione l'autrice di La pelle giusta, Paola Tabet.

Docente di antropologia all'Università della Calabria, Tabet ci guida nella decodifica di una società, la nostra, in cui il razzismo è parte costitutiva.
Leggiamo nell'introduzione: "Un motore di automobile può essere spento, può essere in folle, può andare a 5000 giri. Ma anche spento è un insieme coordinato, gli elementi messi a punto e collegati tra loro e, con un'opportuna manutenzione, pronti a entrare in movimento quando la macchina viene accesa. Il sistema di pensiero razzista che fa parte della cultura della nostra società è come questo motore, costruito, messo a punto e non sempre in moto né spinto alla velocità massima."

 

Lavoratrici e maternità: sfatiamo il pregiudizio

Tra i luoghi comuni più diffusi che rendono ancora più difficile l'occupazione femminile nel nostro paese, ci sono quelli legati ai costi economici che graverebbero sui datori di lavoro, quando una dipendente va in maternità.
La gravidanza e il periodo immediatamente successivo sono considerati generalmente periodi difficili per l'azienda in cui la neomamma lavora, onerosi dal punto di vista economico e organizzativo.

 
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