Home
FacebookTwitterGoogle BookmarksLinkedinRSS Feed

Storie della Buonanotte per bambine ribelli: come insegnare alle bambine che si può disobbedire

altStorie della Buonanotte per bambine ribelli — traduzione italiana di Good Night Stories for Rebel Girls, uscito negli Stati Uniti lo scorso novembre — approda oggi sugli scaffali delle librerie italiane. Si tratta di un vero proprio caso editoriale: il libro nasce da un’idea di Elena Favilli e Francesca Cavallo — fondatrici di Timbuktu Lab, società che si occupa della creazione di contenuti editoriali e progetti didattici per l’infanzia. L’idea è quella di scrivere un libro di favole non ricorrendo più a principesse in attesa del principe azzurro, ma raccontando la storia di donne reali — politiche, attiviste, artiste o sportive, contemporanee e non — che, disobbedendo alle regole, hanno fatto (o cambiato) la storia.

Il progetto viene lanciato nella primavera del 2016 con una campagna di crowdfunding su Kickstarter, con l’obiettivo di ottenere 40 mila dollari, per coprire le spese di pubblicazione. In meno un mese la campagna otterrà più di 455 mila dollari, rendendo Storie della buonanotte per bambine ribelli il libro che ha ottenuto maggiori finanziamenti nella storia di Kickstarter.

 

I libri che fanno paura

altdi Giusi Marchetta

Come si fa a far leggere i ragazzi? Se lo chiedono tanti insegnanti, e non solo loro. Giusi Marchetta, scrittrice che conosce molto bene le dinamiche scolastiche, su ilLibraio.it suggerisce una serie di romanzi che spesso si ha timore di proporre, perché potrebbero urtare la sensibilità degli studenti. E che invece rischiano di essere proprio i libri giusti al momento giusto - Ecco la sua selezione controcorrente...

 

I giovani non sanno scrivere? Riflessioni sulla lettera dei 600

alt

di Mila Spicola

Gli studenti italiani non sanno leggere e non sanno scrivere. Gli studenti sanno leggere e sanno scrivere. Entrambe le affermazioni sono vere ed entrambe sono false perché la realtà è fatta, in questa come in altre questioni che riguardano il sistema d’istruzione italiano, di più di 50 sfumature di rosa, non di nero, non di bianco e non di grigio.
Proverò a spiegarmi meglio semplicemente mettendo in fila una serie di considerazioni né ottimistiche ne pessimistiche, semplicemente realistiche. Quel che scrivo non è né esauriente, né esaustivo, sono solo alcune considerazioni sparse, frutto di saccheggio di considerazioni altrui, di grandi maestri, come De Mauro, Vertecchi, Visalberghi, di rapporti di alcune rilevazioni nazionali e internazionali e hanno lo scopo di dare il quadro delle contraddizioni, non delle colpe o delle responsabilità, come premessa per qualche soluzione.

 

Captain Fantastic, a volte basta un film

altdi  Chiara Di Cristofaro

 

Un film, un libro, un quadro. Sono belli quando tirano fuori una parte nascosta di chi li osserva, quando parlano a quei lati profondi del sé che stanno lì, impolverati e dimenticati, mentre siamo impegnati a correre dietro alle giornate, a vivere alla velocità della luce cercando di rispondere a tutte le mail e far fronte a tutte le richieste.

Captain Fantastic è così. Sarà che sono diventata un genitore da poco meno di due anni e il film parla di come si crescono i figli, sarà che erano appunto circa due anni che non andavo al cinema (sic!), sarà che si parla tanto – troppo? – di come si “debba” essere genitori… fatto sta che ho passato le due ore del film a piangere, a riflettere, a ridere, a farmi domande e a darmi solo alcune risposte.

Perché, dicevo a mio marito usciti dalla sala, in un film così ci vedi quello che è dentro di te in quel momento (e questo è quello che ci ha visto lui). Quello che ci è visto io è un modello di genitore che sembra arrivare da altri tempi,  in questo caso dagli ormai lontani anni ’70. Ma non si tratta del papà hippie senza regole (“un fricchettone vestito da pagliaccio”, secondo il suocero) ma di un padre che di regole ne dà molte, rigide, dure. Ma sono le sue. Profondamente sue, contro tutto e contro tutti. Contro una società da cui si isola e da cui isola i suoi figli. E questa è la prima riflessione: con i figli quello che conta è essere fino in fondo se stessi, senza mezzi termini, senza compromessi. Al resto penserà la società, penseranno loro stessi con le loro strade e i loro percorsi lontani dai nostri, ma la sfida  vera è quella di restare autentici, veri, senza maschere di fronte a loro. Quanto è difficile?

 

 

Sono una (cattiva) madre

Valutazione attuale: / 3
ScarsoOttimo 

di Annalena Benini

 

altVoglio essere una buona madre. Non mi importa di nient’altro. L’ho pensato di nuovo stamattina, quando ho salutato i bambini prima di uscire, anzi ho salutato solo la più grande con la mano, nascosta dietro la porta della camera, e lei ha alzato il pollice e mi ha detto con gli occhi da grande: vai, che il piccolo lo distraggo io, così non piange a vederti andare via (“Vieni Giulio, ti faccio vedere una cosa bellissima, la Pimpa con l’anatroccolo”). Lei ha solo cinque anni ma da subito ha imparato che quel momento è uno strazio (dove vai? anch’io mamma vengo, anch’io mamma voglio il lavoro, mamma dammi la mano, mamma vieni qua, con gli occhi subito pieni di lacrime): quel momento fino a pochi mesi fa era anche suo, ma adesso sente la responsabilità del fratellino, e rifiuta qualsiasi regalo, gelato o caramella se non c’è qualcosa di valore equivalente pronto anche per lui. Allora sono uscita e mi veniva da piangere in ascensore, col casco in mano, poi mi veniva da piangere mentre non trovavo il motorino, perché non mi ricordo mai dove lo lascio, così ho pianto un po’ al semaforo, pensando che lei è meravigliosa e io faccio schifo, che solo ieri sera non sopportavo più di sentirla lamentarsi perché suo fratello le rubava un flauto e ci soffiava dentro fortissimo e continuavano ad arrampicarsi su di me, tutti e due addosso a me a picchiarsi fra loro perché la mamma è mia, no è mia, e mi è arrivato un ginocchio in faccia, poi una testata, e una pagina del libro si è strappata, quel libro mi serviva intero, e non leggo mai niente, non so mai niente, solo flauti stonati e favole di animaletti bacchettoni. Mi vergogno delle cose che ho urlato, ma tanto lo rifaccio. Urlo spesso, urlo di non urlare, urlo che se non la smettono di urlare me ne vado (“E dove vai?”. “Via”). Mia madre invece minacciava di mandarmi in collegio, faceva finta di prepararmi la valigia, ma l’idea del collegio mi esaltava, un posto nuovo, tante ragazzine, una bella avventura, i letti a castello. Infatti adesso per i bambini abbiamo preso il letto a castello, con un terzo letto che esce fuori se serve, e mi piace tanto che qualche volta ci dormo anch’io, con la scusa che così li sento e il piccolo non sveglia la grande di notte chiedendo il biberon. Dicono che è sbagliato (dicono che è sempre tutto sbagliato), ma a me non sembra un dramma, una violazione dei diritti dell’uomo e della coppia, un terribile danno psicologico per mio marito e quindi anche per i miei figli (che fra pochi anni avranno comunque un trauma qualunque da imputarmi e mi urleranno dall’altra parte della casa: mi fai una ricarica?). 

 

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento del sito. Se vuoi saperne di più consulta la privacy policy.

Accetto i cookie da questo sito.