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LA SINDROME DA DISAGIO SCOLASTICO

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altPer il mondo degli adulti avere buoni risultati scolastici significa essere intelligenti, andare male a scuola vuol dire non esserlo. Questa idea che si è fatta ormai largo fra molti genitori e da alcuni insegnanti è vissuta con disagio dagli studenti, spesso vittime di ansia, paura, tensioni nei confronti delle prestazioni scolastiche e, non per niente, l’uso degli psicofarmaci è diffuso. Al successo scolastico è legata l’autostima, difatti si pensa che chi va bene è intelligente ed avrà una buona carriera, di conseguenza numerosi giovani che non conseguono buoni risultati, scelgono vie alternative per avere una positiva visione di sé, ad esempio praticano una disciplina sportiva, si dedicano alla musica, inseguono la popolarità tra i coetanei. Quei giovani che non vanno bene a scuola ma non riescono a trovare vie alternative di realizzazione rischiano l’apatia o la depressione.

Molti psicologi hanno parlato di sindrome da disagio scolastico, definibile come malessere psicologico causato da un’esperienza scolastica insoddisfacente da vari punti di vista. Tale sindrome non è alimentata soltanto da eventuali carenze intellettive o scarso sostegno della famiglia, ma anche e soprattutto dal clima psicologico della classe o dell’istituzione. Per clima psicologico si intende la qualità dei rapporti intercorrenti tra l’alunno ed i compagni, tra l’alunno ed i suoi insegnanti, il modo di percepire il regolamento scolastico.

 

Al via il gruppo di autoaiuto per genitori di adolescenti

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altSabato 18 ottobre si terrà il primo incontro del gruppo di auto aiuto per genitori di adolescenti a Roma (orario 11.00-12-30). 

Per sapere cosa sono i gruppi di auto aiuto e di cosa si discute in quelli per genitori di adolescenti si può leggere questo articolo

La sintesi dell'intervento di Fatima Uccellini, "Genitori e adolescenti, un'alleanza possibile?" Si può leggere qui.

 

Educare alle differenze

altIl 20 e 21 settembre a Roma, presso la Scuola Di Donato in via Bixio 83, si tiene la “Giornata nazionale per l’educazione alle differenze dentro e fuori la scuola”. Si tratta di un incontro nazionale tra associazioni, insegnanti, gruppi istituzionali e genitori con l'obiettivo di tessere un filo e costruire una rete tra tutte le esperienze del nostro paese che quotidianamente lavorano dentro e fuori le scuole per promuovere libertà e pluralità, a partire dal ragionamento sull’identità di genere. 

 

Il Bambino: uno specchio che fa riflettere

di P. Grattagliano

altL’articolo parte dall’assunto che i bambini, nel corso del loro sviluppo, apprendono il modello che i genitori, il più delle volte inconsapevolmente, gli trasmettono, attraverso gesti, parole, comportamenti  e soprattutto emozioni.

E’ come una lavagna sulla quale scriviamo tutto quello che ci sembra utile, necessario alla loro crescita, spesso desiderando che imparino quello che noi non abbiamo mai imparato e siano quello che noi stessi non siamo mai stati, mettendo sulle loro fragili spalle carichi totalmente inutili: i nostri progetti, le nostre aspettative, in pratica tutto quello che avremmo voluto essere e averei.

Spesso i nostri figli possono rappresentare il compenso per i nostri fallimenti. Si dice di che i bambini siano una sorta di spugna che assorbe tutto quello che l’ambiente circostante gli propone. Piaccia o no questo è vero. 

 

A proposito di Grimilde

di Daniela Marenco

altQuesto mio scritto è nato da alcune riflessioni stimolate dall’interessante articolo di Bruna Marzi: “La paura del lupo”.

Il rapporto con l’oggetto fobico, è sempre un rapporto ambivalente, di fascinazione. Freud in “Totem e Tabù”, rispetto alla fobia dei cavalli del piccolo Hans, scrive: “L’odio derivante dalla rivalità per la madre non può espandersi liberamente nella vita psichica del bambino, deve lottare contro la tenerezza e l’ammirazione da sempre esistenti per la stessa persona che è oggetto di odio, il bambino si trova un atteggiamento emotivo ambiguo, ambivalente nei confronti del padre e in questo conflitto di ambivalenza si procura un sollievo spostando i suoi sentimenti di ostilità e di paura su un surrogato della figura paterna. (…) Il conflitto prosegue piuttosto sull’oggetto di spostamento, l’ambivalenza invade questo oggetto. È innegabile che il piccolo Hans provi non soltanto paura, ma anche rispetto ed interesse per i cavalli. Non appena la sua paura si è attenuata, egli stesso si identifica con l’animale prima temuto. Galoppa come un cavallo e morde a sua volta il padre. In questo stadio della risoluzione della fobia non esita a identificare i genitori con altri grossi animali.” 1