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Captain Fantastic, a volte basta un film

altdi  Chiara Di Cristofaro

 

Un film, un libro, un quadro. Sono belli quando tirano fuori una parte nascosta di chi li osserva, quando parlano a quei lati profondi del sé che stanno lì, impolverati e dimenticati, mentre siamo impegnati a correre dietro alle giornate, a vivere alla velocità della luce cercando di rispondere a tutte le mail e far fronte a tutte le richieste.

Captain Fantastic è così. Sarà che sono diventata un genitore da poco meno di due anni e il film parla di come si crescono i figli, sarà che erano appunto circa due anni che non andavo al cinema (sic!), sarà che si parla tanto – troppo? – di come si “debba” essere genitori… fatto sta che ho passato le due ore del film a piangere, a riflettere, a ridere, a farmi domande e a darmi solo alcune risposte.

Perché, dicevo a mio marito usciti dalla sala, in un film così ci vedi quello che è dentro di te in quel momento (e questo è quello che ci ha visto lui). Quello che ci è visto io è un modello di genitore che sembra arrivare da altri tempi,  in questo caso dagli ormai lontani anni ’70. Ma non si tratta del papà hippie senza regole (“un fricchettone vestito da pagliaccio”, secondo il suocero) ma di un padre che di regole ne dà molte, rigide, dure. Ma sono le sue. Profondamente sue, contro tutto e contro tutti. Contro una società da cui si isola e da cui isola i suoi figli. E questa è la prima riflessione: con i figli quello che conta è essere fino in fondo se stessi, senza mezzi termini, senza compromessi. Al resto penserà la società, penseranno loro stessi con le loro strade e i loro percorsi lontani dai nostri, ma la sfida  vera è quella di restare autentici, veri, senza maschere di fronte a loro. Quanto è difficile?

 

 

Sono una (cattiva) madre

di Annalena Benini

 

altVoglio essere una buona madre. Non mi importa di nient’altro. L’ho pensato di nuovo stamattina, quando ho salutato i bambini prima di uscire, anzi ho salutato solo la più grande con la mano, nascosta dietro la porta della camera, e lei ha alzato il pollice e mi ha detto con gli occhi da grande: vai, che il piccolo lo distraggo io, così non piange a vederti andare via (“Vieni Giulio, ti faccio vedere una cosa bellissima, la Pimpa con l’anatroccolo”). Lei ha solo cinque anni ma da subito ha imparato che quel momento è uno strazio (dove vai? anch’io mamma vengo, anch’io mamma voglio il lavoro, mamma dammi la mano, mamma vieni qua, con gli occhi subito pieni di lacrime): quel momento fino a pochi mesi fa era anche suo, ma adesso sente la responsabilità del fratellino, e rifiuta qualsiasi regalo, gelato o caramella se non c’è qualcosa di valore equivalente pronto anche per lui. Allora sono uscita e mi veniva da piangere in ascensore, col casco in mano, poi mi veniva da piangere mentre non trovavo il motorino, perché non mi ricordo mai dove lo lascio, così ho pianto un po’ al semaforo, pensando che lei è meravigliosa e io faccio schifo, che solo ieri sera non sopportavo più di sentirla lamentarsi perché suo fratello le rubava un flauto e ci soffiava dentro fortissimo e continuavano ad arrampicarsi su di me, tutti e due addosso a me a picchiarsi fra loro perché la mamma è mia, no è mia, e mi è arrivato un ginocchio in faccia, poi una testata, e una pagina del libro si è strappata, quel libro mi serviva intero, e non leggo mai niente, non so mai niente, solo flauti stonati e favole di animaletti bacchettoni. Mi vergogno delle cose che ho urlato, ma tanto lo rifaccio. Urlo spesso, urlo di non urlare, urlo che se non la smettono di urlare me ne vado (“E dove vai?”. “Via”). Mia madre invece minacciava di mandarmi in collegio, faceva finta di prepararmi la valigia, ma l’idea del collegio mi esaltava, un posto nuovo, tante ragazzine, una bella avventura, i letti a castello. Infatti adesso per i bambini abbiamo preso il letto a castello, con un terzo letto che esce fuori se serve, e mi piace tanto che qualche volta ci dormo anch’io, con la scusa che così li sento e il piccolo non sveglia la grande di notte chiedendo il biberon. Dicono che è sbagliato (dicono che è sempre tutto sbagliato), ma a me non sembra un dramma, una violazione dei diritti dell’uomo e della coppia, un terribile danno psicologico per mio marito e quindi anche per i miei figli (che fra pochi anni avranno comunque un trauma qualunque da imputarmi e mi urleranno dall’altra parte della casa: mi fai una ricarica?). 

 

Figli adolescenti, 5 dritte ai genitori

altdi Marzia Rubega

All’improvviso il bambino dolce e timido si è trasformato in un ragazzino incomprensibile e scontroso. E’ arrivata l’adolescenza! I consigli ai genitori di Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta

L'ingresso nell'adolescenza del figlio, spesso, provoca un certo disagio nei genitori: il bambino dolce e timido di ieri si sta trasformando (improvvisamente, secondo la mamma!) in un ragazzino diverso, a volte scontroso e incomprensibile. Questa fase della crescita porta (inevitabilmente) con sé conflitti, relazioni faticose e discussioni per la conquista di 'nuovi diritti' e di una maggiore autonomia.

Come può un genitore affrontare al meglio questo periodo della crescita dei figli?

Una ricetta magica e assoluta, probabilmente, non c'è... Ma è utile riflettere su alcuni principi generali - validi per ogni aspetto della vita di un adolescente - che possono aiutare un genitore a orientarsi nella sua pratica quotidiana. Ecco cinque suggerimenti di Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta, ricercatore presso l'Università di Milano, autore di diversi libri per i genitori tra cui Questa casa non è un albergo!(Feltrinelli), nonché padre di quattro figli.

 

la mia vita da zucchina

alt

di Fabrizia Centola

Icare, piccolo sognatore di dieci anni, libera i suoi dolori con un aquilone su cui ha disegnato il suo papà – supereroe che se n’è andato con una “pollastra” (anche lei raffigurata sul retro). Icare è chiamato Zucchina dalla sua mamma, che sta nella stanza di sotto, arrabbiata e disperata, ubriaca di birra davanti a quelle soap che raccontano storie mai vere. Poi un incidente e Zucchina si ritrova in un orfanotrofio con quel che rimane del suo passato: l’aquilone e una lattina di birra vuota. Un luogo che raccoglie piccoli come lui pieni di dolore, alcuni molto arrabbiati altri più rassegnati, tutti che hanno perso qualcosa o che non hanno mai avuto niente.

 

 

Papà «amici» e mamme severe Perché siamo noi a dire sempre no?

altdi Laura Fezzi

«They do listen», loro ci ascoltano. La ragazzina imbronciata, dalla fotografia di una pagina della rivista, guarda di lato, come per evitare di incrociare il nostro sguardo. In realtà, ci dice questa pubblicità sociale americana, malgrado le apparenze, malgrado l’aria ostile, ci ascolta. Come lei, tanti adolescenti sembrano indifferenti alle comunicazioni degli adulti; eppure, proprio quando pensiamo che parlare non serva a niente, che tanto varrebbe lasciar perdere, qualcosa arriva a destinazione.Il messaggio incoraggiante si rivolge a entrambi i genitori, ma viene da pensare che a farne tesoro saranno soprattutto le donne. Perché nella famiglia moderna il più delle volte sono loro ad affrontare le situazioni difficili con i figli adolescenti.

 

Sono le mamme a discutere, a contrattare, a tener duro quando serve. Anche nella famiglia affettiva post-industriale, anche nella famiglia del sì, i limiti ogni tanto qualcuno deve porli. E poiché dire di no è più difficile e faticoso, sempre più spesso gli uomini svicolano. Del resto, mentre nella famiglia patriarcale di un tempo le donne si occupavano soprattutto dei bambini piccoli, da molti anni ormai sono sempre più coinvolte dalle responsabilità legate al futuro dei ragazzi e delle ragazze, con il peso psicologico ed emotivo che ne consegue. Per verificarlo basta andare in una qualsiasi scuola durante il ricevimento parenti. A parlare con gli insegnanti ci sono quasi esclusivamente le mamme, e non solo perché i papà lavorano. Le madri sono molto più numerose anche a Milano, città dove le donne lavorano in massa.

 

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